Dal dialetto anzaschino ai… geroglifici
- manomare
- 8 dic 2025
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Per la serie “I rilevanti marginali”, in Oxilia et Verbanus, parliamo oggi di Giuseppe Botti nato nel 1889 a Vanzone un minuscolo paese all’ombra del monte Rosa, in Valle Anzasca, una delle sette valli dell’Ossola.
Già che ci sono, vi racconto la leggenda che si nasconde dietro al nome del paese. Il nome di Vanzone (che oggi è accorpato ad un altro piccolo borgo per dare il comune di Vanzone con San Carlo) sembra legato ad una leggenda che vuole che i suoi abitanti siano sempre stati “avanzati“, cioè risparmiati, dalle epidemie che storicamente si succedevano (anticamente il borgo era chiamato Avanzone o Vantionum).
Anche nella grande epidemia del 1918, la Spagnola, che fece diverse vittime nelle altre vallate e nei paesi vicini, Vanzone riuscì a cavarsela bene. Purtroppo, le cronache del tempo, registrarono sicuramente una vittima, Giuseppina Riccadonna, una ragazza di 24 anni, nata a Vanzone che era ritornata al suo paese solo per le vacanze estive.
La ragazza era conosciuta con il nome di Peppina ed era il grande amore di Giuseppe Botti che, forse anche per questo, si dedicò di seguito, interamente agli studi umanistici.
Ma ora vi chiederete quale sia stata la situazione durante il COVID 19. Ebbene, anche Vanzone fu colpito dalla pandemia ma, da quanto risulta dalle cronache del periodo, non ci furono grandi problemi.
Giuseppe Botti lasciò il suo paese per frequentare l’Università di Torino dove si laureò con una tesi in letteratura cristiana, ottenendo anche il diploma in Filologia Classica, ma ancor prima di laurearsi si interessò allo studio del dialetto della sua valle, il dialetto anzaschino, redigendo numerosi rapporti scientifici per il vocabolario dei dialetti della Svizzera italiana, contribuendo alla sua conoscenza.
A Torino, dopo essere stato assiduo frequentatore del museo Egizio, rimane affascinato dallo scoprire che durante la civiltà faraonica erano state sviluppate tre tipi di scrittura: geroglifica, ieratica e demotica.
Il Botti viene così a sapere che la scrittura demotica era usata dagli egizi per scrivere testi amministrativi e legali, in pratica per scrivere velocemente (forse sotto dettatura!), un po’ come si usava con la stenografia ai suoi tempi (Il demotico è una delle tre scritture, oltre al geroglifico e al greco, che si trova sulla Stele di Rosetta).
Rimane così conquistato da questo tipo di scrittura che diventa papirologo e il primo e più grande esperto di scrittura demotica in Italia.
Dopo avere vinto la prima cattedra italiana di Egittologia, insegnerà nelle Università di Firenze, Milano e Roma.
Muore nel 1968 e ora riposa nel suo paese natale, accanto alla sua amata Peppina.








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